La pioggia era appena terminata, un enorme arcobaleno predominava l’orizzonte sconfinato mentre i raggi del sole lo attraversavano. Era questa l’immagine del Malawi che si apriva ai nostri occhi scendendo dall’aereo che ci aveva portato fino a Blantyre. Dalla terrazza dell’aereoporto, due braccia si agitavano salutando festosamente, era Padre Francesco.
La strada che percorrevamo ci offriva un panorama umano fatto di semplicità. Tantissima gente a piedi, diverse biciclette e poche automobili.
Parlavamo fitto fitto e… eravamo arrivati a Phalula.
I primi giorni della nostra permanenza in Malawi sono stati dedicati agli orfani alla comprensione dei loro bisogni, di quello che era stato fatto, di ciò che c’era da fare e a come bisognava farlo.
La prima percezione che non ci ha mai lasciato, è stato l’equilibrio sottile che regola la vita di quel Paese ed anche dei nostri orfani. La ricerca del giusto equilibrio sul confine incerto tra quando si può dire sì, e quando si “deve” dire no.
Graziella sempre pronta a dire “si” ed io altrettanto pronta a dire “no”, “dobbiamo vedere, dobbiamo chiedere anche agli altri se è possibile…”. Graziella mi guardava allibita e non capiva, le mie gomitate, i miei “no, vediamo, aspettiamo…” a cose banali e semplici, improvvisamente faceva una gran fatica a riconoscermi.
Prima di entrare ancor più nel discorso vogliamo dirvi che i ragazzi stanno bene e che grazie al sostegno ricevuto sono andati avanti fino ad oggi. Abbiamo parlato ed incontrato tutti, i più grandi hanno fatto da interpreti per i più piccoli. Tutti avevano la speranza negli occhi. I grandi si ritenevano molto fortunati per l’opportunità ricevuta attraverso l’adozione a distanza. Improvvisamente non erano più orfani di entrambi i genitori, ma ragazzi pieni di dignità che ringraziavano con tutto il cuore.
Più di tutto ci hanno colpito i volti dei bambini sempre sorridenti, bambini che non possiedono nulla e si emozionano davanti ad una penna, un foglio di carta...
Oggi è festa grande! C’è un pallone fatto di stracci da rincorrere e non importa se sei scalzo, mezzo nudo o stracciato, oggi si gioca!
Il pensiero corre inevitabile ai nostri figli, che spesso non riescono ad apprezzare quello che hanno. A quei giovani scontenti, che trattano la loro vita come un oggetto inutile, da consumare e gettare nella spazzatura.
Sì, in Malawi abbiamo riscoperto il valore della vita, in tutta la sua fragilità ed in tutta la sua pienezza. Non è facile raccontarvi episodi, con lo stesso stupore con cui li abbiamo vissuti. Non è facile dirvi quante volte ho sorpreso Graziella piangere e quante altrettante volte ho fatto finta di non accorgermene perché non sapevo cosa dirle di una realtà, così dura per noi, e normale per loro. Graziella, invece, ha vissuto e capito i miei silenzi. La mia vergogna per i no e i compromessi che ho accettato in questi ultimi anni, per ritrovarli tutti insieme lì davanti ai miei occhi ed accorgermi che Dio non era né con me, né con altri. Era lì, lontano dalle nostre belle parole e dalle lodi. Lontano dai: “Non è che non voglio, ma non posso”, lontano dai “non so”, dai silenzi e dall’indifferenza. Dio era lì e mi chiedeva “Pensi di aver fatto davvero tutto quello che avresti potuto fare?” Era lì, nella donna che piangendo abbracciava il pollo ricevuto in dono, in Sitima che cercava una medicina per le piaghe di suo figlio, nei sorrisi di chi non aveva nulla e pur apprezzava la vita. Era lì, nei ragazzi che ti raccontavano il futuro che sognavano e ti chiedevano i mezzi per realizzarlo. Nella madre che ti informava che a Blantyre c’era una scuola per sordomuti e ti chiedeva la possibilità di mandarci suo figlio.
Era lì, ma non dalla nostra parte.
Non è stato Lui a lasciarci soli, ma siamo stati noi, che non abbiamo avuto abbastanza coraggio da seguirLo. Siamo rimasti fermi, davanti ad una porta chiusa, credendo fosse l’unica strada percorribile, fin quando, arrivando in Malawi, abbiamo capito che nessuno ha il monopolio di Dio.
Capire in un soffio che, quello che non fai, è solo per colpa tua e tutto il resto è alibi. Scoprire una realtà diversa. Capire gli sbagli. Capire che l’adozione a distanza non basta, ma occorre prediligere opere, creare strutture, benessere, dignità e soprattutto cooperare, dare speranza.
Coinvolgere i lontani: quelli che si dicono “senza credo e senza Dio”, in fondo, non sono altro che scandalizzati e delusi da chi, in ogni ambiente, predica bene e razzola male.
Stimolare la voglia di riscoprire questa e l’altra vita. Entrambe ci appartengono!
Capire che bisogna andare in mezzo alla gente, senza aspettare di essere cercati, senza rimproverare, ma guardando avanti nella ricerca di un percorso da condividere.
Da dove cominciare? Da noi stessi. Tutto il sistema d’impostazione, gestione e d’intervento de Il Ponte Missionario sarà cambiato. Diventando Associazione onlus, potremo usufruire delle possibilità che questo stato giuridico offre, anche se questo significa andare per la nostra strada, uscire dalla Parrocchia, accettare il rischio di sbagliare, senza fare della sicurezza il nostro idolo, ma accettando di mettersi in discussione.
“…rischiare è anche ‘accettare’ la possibilità del naufragio…Credo, tuttavia, che accettare il naufragio, accettare che qualcosa muoia per poi rinascere sia un’idea essenziale per noi uomini. Forse noi non la accettiamo perché ci tocca interiormente nelle nostre fibre. Ogni volta che assistiamo alla fine di qualcosa, sentiamo che qualcosa muore con noi e in noi, e dunque ci ribelliamo. Però, se vogliamo che nasca qualcosa di nuovo, dobbiamo consentire che qualcos’altro tramonti, muoia, anche tra ciò a cui siamo abituati e che abbiamo di più caro. Poi, occorre accettare la logica del ricominciare. Il cristianesimo è un fenomeno che va ‘di inizio in inizio’, diceva Gregorio di Nissa. Anche nella vita di ciascuno di noi si ricomincia sempre da capo… Sono sempre più convinto che l’umanità è determinata dal fatto che non ci sono solo io, ma c’è l’altro accanto a me…”(1)
Forse vi aspettavate parole diverse, su questo “viaggio in Malawi”, racconti, aneddoti, piccole e grandi vittorie, progetti e il riassunto di “quanto siamo stati bravi”. Della bellissima accoglienza, dei 70 polli, delle 190 uova e delle altre infinità di cose che abbiamo ricevuto in dono, e che a nostra volta, abbiamo regalato all’ospedale della Missione. Delle due case costruite per i catechisti “in memoria di Lina”. Della falegnameria, ritrovato e rinnovato progetto per gli orfani. Dei nostri container, pieni di speranza, gioia, ma anche gelosia.
Dell’incontro con il Vescovo e con gli altri sacerdoti. Ognuno con una sua particolarità: l’allegria contagiosa di P. Santino, le Chiese di P. Giancarlo, la simpatia di P. Luigi, il carisma di P. Piergiorgio, la praticità e l’energia di P. Mario. Tutti insieme, con altri ancora, stanno realizzando qualcosa in cui credono sicuramente più di noi.
Cosa dire delle Suore Sacramentine, di Suor Caty e Suor Ornella…? Delle tende trasformate in abiti per la prima comunione. Della loro scuola all’avanguardia dove ora, non manca nulla, ma cominciata da zero. Dell’asilo pieno di voci allegre di bambini che ti vengono incontro prendendoti per mano, per nulla spaventati dalla tua pelle bianca.
Rita… che dirvi di lei… Ha venduto tutto quello che aveva in Italia, ormai la sua vita è laggiù.
Della piantagione di fagioli e macademie, del commercio del tabacco, tutte attività impiantate da P. Francesco che danno da vivere a tante famiglie, quanti modi per parlare di Dio...
Dovevamo raccontarvi del Capo Villaggio di Katuli, che donandoci il terreno per costruire l’asilo, ci ha fatto presente che lui è mussulmano, ma che crede fermamente che Dio è uno solo, aldilà delle diverse religioni. Sicuramente ne vale la pena perché chi ha un credo diverso non è necessariamente un nemico, anzi può essere un fratello.
Del nostro viaggio abbiamo voluto raccontarvi la parte più combattuta e più vera: il viaggio interiore, quello che continua anche quando sei a casa, e che a volte costa molta fatica.
“Il cammino interiore che conduce alla libertà è il cammino di chi ha il coraggio di alzare lo sguardo verso il cielo e riconoscere la propria debolezza e la propria fragilità; di chi, nella debolezza e nella fragilità, sente il suo nome pronunciato forte e, a questo nome, risponde: ‘Chi mi chiama? Chi conosce il mio destino?’
Allora si scopre che accanto all’Io esiste anche un Tu. Questo è la preghiera. " (2)
Nei disegni di Dio “nulla avviene per caso…” Questa frase che ci fu detta prima di partire, ha accompagnato tutto il nostro viaggio, essa racchiude tutte le cose non dette, parte vitale del cammino interiore che ha portato alle scelte di oggi e che ci guiderà verso il domani.
Nei disegni di Dio, dove nulla avviene per caso, noi tutti abbiamo la fortuna d’essere, ancora e nonostante tutto, i Suoi soggetti preferiti, di questa meravigliosa e faticosa avventura chiamata vita.
(2) Susanna Tamaro, “Verso Casa” Ed. Rizzoli, 2000, pag. 23
