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Il dare e l'avere

In una società degli interessi e dei consumi il discorso, il calcolo, il resoconto sul dare e l’avere è all’ordine del giorno in tutti i campi. Quale il dare e l’avere tra il cittadino e lo stato, tra il datore di lavoro ed il prestatore d’opera, tra l’assicurato e la compagnia di assicurazione, tra una parte e l’altre della società, tra una nazione e l’altra, tra le nazioni e gli enti sopranazionali, tra il maestro e l’allievo, tra il fedele ed il suo prete, tra il medico ed il paziente ecc. ecc.?
Ma se ci domandiamo quale è il dare e l’avere tra un amico ed un amico, tra un fratello ed una sorella, tra un genitore ed un figlio, allora sentiamo che la domanda è sconveniente, perché in amore non c’è misura tra il dare e l’avere, ma solo tra il dare e l’amore che ti fa dare. E allora chi più ama più dà, senza chiedere il pareggio da quello a cui dà.
Eppure quella domanda ce la dobbiamo fare, perché non succeda che chi è più abituato a ricevere (per esempio un figlio da parte dei genitori) finisca per ritenere naturale che lui riceva senza obbligo di ricambio; anzi non si rende nemmeno conto dei sacrifici dei genitori per lui, fino a che lui stesso magari non diventa un genitore: un genitore che paga senza esigere un ricambio proporzionato. Quella domanda ce la dobbiamo fare; ma io me la faccio anche per il mio rapporto tra me ed il bambino o la bambina che ho adottato a distanza. Chi è al di fuori, pensa di me che sono un generoso. Io che sto dentro, penso che io sono un beneficato. Il bambino o la bambina che ho adottato a distanza mi ha mandato la sua fotografia, mi ha raccontato cosa fa a scuola, mi ha ringraziato della briciola che gli ho messo a disposizione, perché quella briciola gli permetterà di prepararsi ad una vita decente. Io che butto il pane avanzato, che trasformo l’asciugamano bucato in uno strofinaccio, che scarto un paio di jeans perché hanno perso un bottone, ho scoperto una miniera di ricchezza: non sprecherò più, ma permetterò ad un bambino o ad una bambina di crescere.
Probabilmente non lo o la vedrò mai; ma io sento la sua manina che cerca la mia mentre andiamo ognuno per una strada che da lontano facciamo anche insieme e il cuore si riempie di grande gratitudine. E’ lui/lei che deve ringraziare me o piuttosto sono io che devo ringraziare lui/lei? Naturalmente dietro lui/lei c’è un altro a cui deve andare tutta la nostra gratitudine: è il missionario, o l’assistente laico, o l’operatore sociale cristiano. È lui che prima fa un miracolo e poi lo attribuisce a noi. E’ lui infatti che trasforma la mia briciola in uno strumento di vita completa: vestito, mensa, scuola, preghiera. E’ lui il vero padre e la vera madre. Dopodiché mi scrive – e lo fa con tanta sincerità e generosità – ringraziandomi e mandandomi la fotografia del “mio” bambino o della “mia” bambina.
Naturalmente il miracolo è suo, come è sua la effettiva paternità e maternità per quei bimbi. Se poi mi si dice che solo il buon Dio ha la facoltà di fare i miracoli, allora sia grazie anche a Lui, che ha fatto generare la donna sterile, che ha fatto verdeggiare il deserto, che in un mondo tanto triste per colpa nostra ha fatto fiorire anche per noi il miracolo di un amore immeritato, l’amore di un bambino che non conosciamo e ci gratifica del nome e dell’affetto dovuto ad un genitore.
Per me, vecchio bizzarro, il dono-miracolo è quella mano di bimbo che cerca la mia, mentre andiamo per una strada inverosimile eppure vera; oppure sono io che cerco la manina di un bimbo lontano? Chi dei due ha più bisogno dell’altro? Chi dei due deve ringraziare di più l’altro?

Sante Graciotti

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