Nell’elenco, come sempre, l’avevano messa per ultima, ma Dio, come è sua consuetudine, capovolse il foglio e la chiamò per prima: AFRICA! E lei, titubante e sorpresa, ma con voce sicura rispose: PRESENTE! E Dio sorrise compiaciuto.
Si parla di lei solo quando i drammi sono impressionanti, si parla si lei solo per dire che è un continente alla deriva, un investimento che non da frutto, un peso, talvolta, per il villaggio globale. È vero l’Africa è un problema, una realtà sfaccettata dove però a mille problemi si sovrappongono altrettanto e ancor più segni di speranza, rappresentanti da milioni di volti che guardano alla vita, nonostante tutto con gioia, dai piccoli passi in avanti che fra enormi fatiche fanno progredire progetti altrettanto piccoli ma significativi.
Africa un continente in bilico dove però, spesso, a decidere da che parte far pendere la bilancia non sono gli africani.
E troppo spesso la bilancia pende dalla stessa parte. Così è in Burundi, un fazzoletto di terra, grande più o meno come la Lombardia, sei milioni e mezzo di abitanti, 47 anni la speranza di vita, reddito medio un dollaro al giorno, alta la mortalità infantile, la guerra o meglio la guerriglia a fare da padrona.
La svizzera africana, così è chiamato il Burundi per la quantità di colline che lo definiscono in maniera caratteristica, produce ogni giorno decine di morti. Armi da fuoco, granate, ma anche fame, ingiustizia, indisponibilità di medicine, centri di salute sempre troppo lontani, acqua non potabile, ignoranza, paura, sono solo alcuni dei responsabili della situazione. A ben guardare è forse una situazione sola responsabile di tanto sfacelo; non c’è giustizia in questo paese, tormentato, solo per guardare alla storia più recente da una guerra, ormai più che decennale, che sulla carta ha fatto oltre 300.000 morti ma che in realtà ha distrutto un’intera società.
Hutu, tutsi, conflitto etnico, per anni abbiamo sentito parlare di tutto questo. Ma il tutto non è assolutamente riconducibile ad una, pur complessa, contrapposizione fra etnie. È una spiegazione monca e forse volutamente banale che evita di affrontare ulteriori riflessioni, di fornire vere motivazioni.
È una guerra di mafia quella che oggi dilania il paese, esercito, guerriglieri, banditi, tutti vestiti allo stesso modo, tutti contro tutti, tutti contro gli indifesi, perché anche in questo caso vale il proverbio “quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a farne le spese”, anche l’erba verde, quella giovane che ci rimanda col pensiero a centinaia di giovani, cresciuti nella guerra, la fuga come esperienza quotidiana, sulla schiena della mamma, con la mano fiduciosa di bimbo aggrappata a quella dei fratelli più grandi, in fuga, su per le colline, fra le piante di banano e di caffè, senza la possibilità di accendere un fuoco per scaldarsi, per sconfiggere il freddo insidioso che si insinua la notte, fra le pieghe di una maglia con troppi buchi.
Si combatte ancora, si combatte a periodi alterni tanto da far definire dagli specialisti, ce ne sono sempre in ogni paese del terzo mondo, e dove altrimenti, che si tratta di una guerra a “bassa intensità”, ma è pur sempre una guerra. Tutti sbandierano il vessillo della pace, tendendo alto uno “straccio” di accordo di pace, una tregua che non regge, una pace che non dura ma come è possibile parlare di pace se non c’è giustizia, se ti sbattono in galera solo perché il tuo vicino ti denuncia, perché non paghi la tua piccola tangente per vendere qualche banana, un po’ di carbone, quattro pezzi di sapone, perché reclami in tuo diritto ad andare a scuola, ad avere acqua potabile, salute, cibo…
E se gridi troppo forte ti può capitare di peggio; per i magistrati in Italia una pallottola poteva costare 200 lire si disse, per gli uomini e le donne del Burundi può costare molto meno. Per Micheal Courtney, nunzio apostolico in Burundi, ammazzato il 29 dicembre hanno fatto spese in grande, quattro colpi, tutti messi a segno con una precisione micidiale, una macchina con le insegne del vaticano, quattro occupanti, un ferito, un morto, solo lui. E la sua voce ha taciuto per sempre, quella voce che chiedeva ogni giorno giustizia, rispetto degli accordi, quella voce che instancabilmente, per mesi, aveva parlato con tutti ma proprio con tutti, governo, esercito, ribelli dei vari gruppi al fine di costruire una base dalla quale ricominciare, tutti insieme per realizzare, ognuno secondo il proprio talento una società più giusta.
È così il Burundi, un passo avanti e uno indietro, e quando proprio sembra di non farcela più la speranza rinasce nel sorriso di un bambino, nell’impegno testardo ed orgoglioso di una mamma, nella “follia” di un disegno che risolve un teorema che pareva non avere soluzioni. Così è per tante esperienze, è per il centro giovani di Kamenge, per la sua realtà che padre Lino in poche righe tratteggia con precisione quasi esasperante, così è per l’esperienza della mia famiglia che a 180 chilometri dalla capitale si è lanciata ormai quattro anni fa in un’altra esperienza “folle” quella di tentare di dare risposte concrete in termini di salute a chi non ne aveva, a uomini, donne e bambini che ogni giorno scommettono con la vita e spesso perdono.
Certo noi siamo sempre gli “abazungu” pallidi uomini e donne fortunati, mangiamo tre volte al giorno, abbiamo una casa, un bagno, macchina e cellulare, siamo diversi, non possiamo negarlo, siamo diversi ma possiamo provare a stare insieme, magari ci rimettiamo un maglione che incautamente dimentichiamo incustodito sulla staccionata, ma se pensiamo bene, fino in fondo, perché non abbiamo pensato prima di dimenticarlo, a noi non serve, ne abbiamo un altro di scorta, e ancora uno. Possiamo sempre fermare il gioco quando non ci piace, ma è bello il gioco della vita, se giocato appieno con tutti ma proprio tutti i nostri fratelli, e saranno loro a farci un regalo. E chiudiamo con una riflessione che fa un po’ da sintesi a tante esperienze, chiudiamo con una pagina di un volumetto scritto da un carissimo amico, Paolo S. “Stavo risalendo du un aereo Sabena, noi fortunati uomini pallidi del primo mondo sappiamo sempre decidere quando il gioco finisce, partivo con un regalo, un Cristo in croce di legno, troppo ingombrante, difficile da far passare al check-in, troppo ingombrante come è sempre troppo ingombrante la presenza di un Cristo nella nostra vita, come è sempre troppo ingombrante la presenza di una Croce nella nostra vita, ma è una presenza che ti riempie, una compagnia che non ti abbandona, un amico che ti consola, un padre che ti protegge, nonostante tutto, nonostante noi”.
P.S. La mia famiglia è composta oltre che da me da due splendidi personaggi, il “mitico” Pino, mago delle formulazioni che per primo ha creduto al progetto del laboratorio di produzione farmaci e la dolcissima Bernadette, raccolta nella savana, amata dalle suore di Madre Teresa di Calcutta che l’hanno accudita per otto mesi e che ci ha scelti il cinque febbraio del 2003 come mamma e papà.
Flavia Bolis
